SSN 2026: una Legge Delega per una riforma a "costo zero" tra eccellenze di facciata e deserti territoriali

Abstract

Nel DDL applicativo delle Legge di Stabilità 2026 abbiamo una “visone” del SN nuova in quanto opposta al DM77 che dava centralità alla medina di prossimità, alle reti territoriali, alla medicina di popolazione e alla “casa come primo luogo di cura”. Si ridà centralità agli ospedali, in particolare a quelli ad alta complessità assistenziale e rilevanza nazionale (centralità per il vero mai misconosciuta nei fatti), si declassano gli ospedali di media complessità e li liberano da PS/DEA. Si sposta l’attenzione della riorganizzazione delle reti territoriali e di cure primarie al ruolo dei MMG/PLS, dei farmacisti e di tutte le altre figure private ancorché accreditate o contrattualizzate in outsourcing. Di fatto si favorisce una strisciante ulteriore privatizzazione dei SSR e si assiste ad un ribaltamento de facto della visione del DM77.

Autori

Giorgio Banchieri, Segretario Nazionale ASIQUAS, Docente DiSSE, Università “Sapienza”, Roma

Marinella D’Innocenzo, già Direttore Generale di ASL, Presidente Associazione “l’Altrasanità”, Roma

 

Il recente schema di disegno di legge delega per la riorganizzazione del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) si presenta come un’ambiziosa operazione di restyling. Sulla carta, i principi sono quelli tradizionali per un sistema pubblico: umanizzazione, potenziamento del territorio, integrazione digitale e bioetica clinica. Tuttavia, leggendo tra le righe dell’articolato, emerge il profilo di una riforma che rischia di cristallizzare le disuguaglianze esistenti, barattando l'equità con un’efficienza puramente contabile.

 

L’illusione dell'eccellenza e il rischio del "doppio binario"

Il cuore della proposta ospedaliera risiede nell'istituzione degli Ospedali di Terzo Livello, una categoria che ambisce a consacrare formalmente i "templi" della medicina italiana. Tuttavia, dietro la razionale volontà di valorizzare l’altissima specializzazione, si nascondono criteri di selezione che rischiano di trasformare il diritto alla salute in una competizione per il budget.

La valutazione di queste strutture si poggia, infatti, su pilastri che premiano la forza preesistente: la complessità della casistica (il "peso" dei DRG) e la capacità di attrazione extra-regionale (mobilità attiva). Scegliere di finanziare gli ospedali che trattano le patologie più "remunerative" e complesse significa, di fatto, spingere il sistema verso una polarizzazione estrema.

Le risorse specifiche destinate a questi poli non pioveranno dal cielo, ma dovranno essere individuate nel perimetro dell'invarianza finanziaria.

 

Il rischio è la creazione di un sistema a due velocità, dove la gerarchia diventa destino:

-Da un lato, i "Super-Ospedali": Poli d'eccellenza (anche privati no-profit) che, forti della loro ricerca e del trasferimento tecnologico, drenano risorse e professionisti, diventando centri di profitto e prestigio grazie ai rimborsi per i pazienti che "importano" dalle regioni limitrofe.

-Dall'altro, la rete dei "Presidi di Serie B": Una costellazione di ospedali di base e strutture "elettive" che, prive di pronto soccorso e svuotate della casistica più complessa, rischiano di trasformarsi in semplici centri di sola produzione e smistamento o ambulatori di lusso per interventi di routine di media e bassa complessità.

In questo scenario, la mobilità attiva diventa un’arma a doppio taglio: se per il grande polo del Nord è un introito, per la regione d'origine del paziente è un debito che si scava nel bilancio sanitario locale.

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